Gli psicofarmaci funzionano, o piuttosto fanno male? E’ opportuno che una persona li assuma per anni, o per tutta la vita? Come funzionano, veramente? Quali sono i loro effetti, non solo sul cervello, ma sull’intero organismo? Danno dipendenza?…

Rispondere a queste domande in modo univoco è difficile, anche per uno psichiatra, che dovrebbe essere l’esperto in questo ambito.

Innanzi tutto, il termine “psicofarmaci” non indica una classe omogenea di medicinali, ma piuttosto prodotti farmaceutici molto diversi tra loro, per caratteristiche chimiche ed effetti sull’organismo. Li accomuna, naturalmente, l’effetto psicotropo.

Tradizionalmente sono classificati in antidepressivi, ansiolitici, antipsicotici, e stabilizzatori dell’umore. Si tratta in realtà di una classificazione impropria, che trova corrispondenza più nelle categorie del DSM (Manuale Diagnostico Statistico dei Disturbi Mentali) che nell’effettivo utilizzo in relazione alla psicopatologia. Nella pratica, invece, non c’è una divisione così netta: i cosiddetti antidepressivi sono anche ansiolitici, e alcuni di essi hanno effetti “antipsicotici”; i cosiddetti antipsicotici atipici vengono ampiamente usati nei disturbi dell’umore, anche come stabilizzatori; gli “stabilizzatori dell’umore”, invece, vengono spesso impiegati anche per il loro effetto sedativo. Insomma, questa nomenclatura farebbe pensare che esiste una classe di farmaci specifica per ogni diagnosi psichiatrica, ma non è affatto così!

Dopo l’iniziale entusiasmo per i farmaci, che ha cambiato totalmente la psichiatria a partire dagli anni ’80, attualmente la ricerca in questo campo è quasi ferma, perché le aspettative si sono molto ridimensionate. Di fronte all’enorme diffusione dei cosiddetti antidepressivi, per esempio, vi sono sempre più voci critiche rispetto alla loro effettiva efficacia. Anche i neurolettici di seconda generazione, dopo il boom di 20 anni fa, stanno mostrando molti limiti, sia per gli effetti sull’organismo (quelli metabolici soprattutto), sia per l’efficacia inferiore alle aspettative, soprattutto sul lungo termine. [Rimando, per chi volesse approfondire, ad alcune letture consigliate qui sotto].

Nella pratica clinica, comunque, pazienti e psichiatri possono confermare che i farmaci inducono dei cambiamenti psichici e fisici, e che un’utilità ce l’hanno. Sono utili, per esempio, ad alleviare l’ansia, l’agitazione psicomotoria, l’angoscia depressiva, i vissuti persecutori, le allucinazioni; possono ridurre la labilità emotiva, facilitare il sonno, ed anche far passare dei sintomi fisici legati alle condizioni psichiche (il “groppo alla gola”, lo stomaco contratto, il colon irritabile, alcuni dolori muscolari da tensione).

Però bisogna porsi molte questioni sul loro utilizzo, soprattutto sul lungo termine. Per esempio sui rischi sempre più evidenti delle terapie croniche. Sull’effettiva convenienza e sicurezza rispetto ad altri trattamenti non farmacologici, o a cambiamenti dello stile di vita. Sugli effetti complessivi sull’organismo, spesso derubricati come effetti collaterali. Per non parlare della frequente abitudine dei medici ad aggiungere sempre più farmaci, da cui risultano liste lunghissime in cui è impossibile capire cosa sta funzionando e cosa no.

Personalmente sono giunto alla convinzione che una terapia farmacologica ha senso per alcune persone, in determinate fasi del percorso terapeutico. Ma solo nel contesto di un trattamento integrato, in cui rientrino per esempio la psicoterapia, il supporto sociale ed altri interventi.

Inoltre, non si può pensare che prescrivere una terapia sia semplicemente un atto tecnico. La terapia farmacologica ha anche una valenza relazionale, e la sua efficacia dipende anche dalla presenza di una buona alleanza terapeutica. L’effetto placebo (o al contrario, nocebo) si applica a qualsiasi terapia, ed è l’effetto positivo o negativo che deriva dalle aspettative della persona, dal suo coinvolgimento, dalla sua motivazione al trattamento. Tutte variabili che dipendono molto dalla relazione terapeutica. Insomma il farmaco principale è il medico, soprattutto in psichiatria.

In sintesi, l’utilizzo dei farmaci nella cura del disagio psichico va commisurato al principio “primum non nocere”. Ciò significa, per me come psichiatra, assumermi la responsabilità di non mantenere terapie croniche quando prescrivo dei farmaci, o per lo meno pormi l’obbiettivo di una sospensione graduale (esistono i sintomi da sospensione, non solo per le benzodiazepine). Ridurre il numero dei farmaci e cercare il minimo dosaggio utile. Credo, insomma, che il ruolo degli psicofarmaci in psichiatria vada ridimensionato, e che ciò comporti inevitabilmente per lo psichiatra più complessità ed incertezza e fatica, ed anche un po’ di impotenza. Ma sono convinto che sia più giusto per i pazienti, oltre a rendere più gratificante questo mestiere.

 

LETTURE CONSIGLIATE

  • Angell M. (2011), “The epidemic of mental illness. Why?”, The New York Review of Books, June 23
  • Carlat D. (2010), “Unhinged: the trouble with psychiatry. A doctor’s revelations about a profession in crisis”, Free Press, New York
  • Barbato A. (2015), “E’ al tramonto l’età d’oro degli psicofarmaci: verso un uso critico, al di là del trionfalismo”, Rivista Sperimentale di Freniatria CXXXIX 1:99-112
  • Kirsch I. (2012), “I farmaci antidepressivi: il crollo di un mito” a cura di F. Bottaccioli, Tecniche Nuove, Milano
  • Moncrieff J. (2008), “The myth of the chemical cure. A critique of psychiatric drug treatment”, Palgrave Macmillan
  • Stahl S. (2016), “NeuroPsicofarmacologia Essenziale – basi neuroscientifiche e applicazioni pratiche”, Edi. Ermes