Il mondo di oggi ci ha abituati ad una prevalenza del canale visivo, mentre l’ascolto sta cadendo in disuso. Basti pensare a quanto tempo passiamo sullo smartphone, saltando con gli occhi da un contenuto all’altro, per lo più senza approfondire.

Ascoltare invece richiede un’altra disposizione interiore. Ascoltare richiede un’attenzione sostenuta nel tempo. Solo così è possibile seguire un discorso, o apprezzare un brano musicale. Essere in ascolto implica essere in relazione con l’ambiente che ci circonda, che è continuamente in movimento

Tecnicamente, ascoltare suoni è proprio un modo di captare i movimenti attorno a noi, quelli più fini, che sfuggono alla vista. Infatti, i suoni non sono altro che movimenti ondulatori – onde sonore – che vengono captati dalle nostre orecchie, e interpretati dal cervello. 

E infine, il modo in cui il cervello interpreta i suoni non è rigido e immutabile, ma invece si plasma a partire dall’infanzia e nel corso della vita. Non deve sorprendere ciò, dato che il cervello stesso è plastico, cioè si adatta agli stimoli che riceve, specializzandosi su alcune capacità e scartandone altre che, appunto, cadono in disuso. È un principio della neuroplasticità, che da qualche anno sta rivoluzionando la nostra comprensione del sistema nervoso.

Naturalmente questa è una buona ed anche una cattiva notizia, perché vuol dire che il nostro modo di vivere le esperienze, cioè di relazionarci con il mondo, può modificarsi, nel bene o nel male, a seconda del tipo di stimoli che riceviamo. Insomma – per usare una metafora musicale – il mondo può suonarci armonioso o cacofonico a seconda della musica che abbiamo ascoltato nel corso della vita, che ha plasmato il nostro orecchio, o meglio il nostro cervello

Ad un ascolto impoverito, anche la musica più bella suonerà poco interessante e faticosa. Un buon ascoltatore, invece, troverà complesso e stimolante anche un paesaggio sonoro apparentemente semplice. Nel primo caso l’ascolto è un dispendio di energia, mentre nel secondo è un nutrimento. E’ una questione di apertura.

Ed ecco a cosa può servire il Metodo Tomatis

Si tratta di una tecnica terapeutica e pedagogica con cui si può aprire e modificare stabilmente l’ascolto, ottenendo di riflesso vari benefici. Il metodo è stato sviluppato da Alfred Tomatis, un otorinolaringoiatra francese, tra gli anni ‘60 e ‘90 del secolo scorso. Esso sfrutta la musica, abbinata ad un apparecchio che la modula attraverso dei filtri elettronici. I brani musicali, opportunamente modificati, vengono fatti ascoltare in cuffia per cicli intensivi di due-tre settimane.

L’effetto principale di questo metodo è stimolare l’attenzione. Il tipo di attenzione che si esercita attraverso la musica filtrata è quella protratta nel tempo e dedicata a stimoli complessi, come possono essere per esempio due o più linee melodiche diverse nello stesso brano musicale.

Questo tipo di stimolazione apre delle porte a più livelli:

  • Migliora l’attenzione, la concentrazione e la memoria, non solo per stimoli uditivi, ma in generale;
  • Affina la percezione dell’ambiente sonoro, e favorisce l’apprendimento linguistico e musicale;
  • Migliorando l’autoascolto (circuito audio-fonatorio) influisce positivamente sull’espressione vocale, parlata e cantata;
  • Favorisce la consapevolezza di sé in relazione all’ambiente, con benefici sia a livello corporeo (coordinazione, postura, motricità), che psichico (centratura, apertura alla relazione e all’esperienza).

Questi effetti si ottengono grazie alla combinazione della musica con l’apparecchio inventato da Tomatis, il cosiddetto Orecchio Elettronico, che oggi è stato sostituito da un software utilizzabile su dispositivi portatili. Meno suggestivo, ma ugualmente efficace e più comodo.

É noto che la musica ha innumerevoli effetti benefici di per sé, e che l’orecchio si educa anche senza apparecchi specifici, con un esercizio adeguato; basti pensare a come si affina l’ascolto nei musicisti, o a come “ci si fa l’orecchio” per una lingua straniera. Ma l’Orecchio Elettronico facilita e velocizza molto questo processo, modulando la musica in modo da introdurre un elemento di imprevedibilità che cattura l’attenzione e spinge ad ascoltare in modo nuovo, fuori dagli schemi percettivi abituali.

Per sottoporsi a questo trattamento bisogna rivolgersi ad operatori specializzati, che abbiano una formazione specifica nel metodo Tomatis, anche detto audiopsicofonologia. Lo specialista, infatti, effettua una valutazione iniziale che poi verrà ripetuta per monitorare i risultati; seleziona i brani ed imposta l’apparecchio in modo individualizzato; infine accompagna la persona nel percorso aggiustando il tiro se serve.

Il metodo ha diversi campi d’applicazione, perciò ciascun operatore lo utilizza nel proprio ambito d’intervento: musicale, linguistico, educativo o terapeutico. Naturalmente non si tratta di una panacea, ma di un validissimo strumento, ad oggi ancora poco conosciuto, che si presta particolarmente come tecnica complementare.